Veterinaria “work in progress”.

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Sono quasi (finalmente, aggiungerei) alla fine del mio percorso universitario. Sono quasi un medico veterinario. Sono stati anni intensi, faticosi, ricchi di esperienze più e meno belle. Fin da quando ero piccola, alla consueta (fin troppo) domanda “E tu cosa vorresti fare da grande?”, io ho sempre risposto, con sicurezza, “la veterinaria” (a parte un breve periodo in cui aspiravo a diventare Xena la principessa guerriera). E sono molto orgogliosa di essere riuscita a portare avanti e, posso quasi dire, a “realizzare”, il mio sogno di bambina. Ora che veterinaria lo sono quasi, sono tanto tanto tanto felice, pur essendo consapevole che non è un lavoro facile (ma quale lo è?). Fare il veterinario non è solo visitare bei cuccioletti morbidosi. Fare il veterinario è molto altro, è soprattutto altro. Vuol dire scontrarsi con dure realtà. Vuol dire prendere decisioni spesso difficili e poco gradevoli. Vuol dire mettersi continuamente alla prova. Vuol dire anche essere considerato un medico di serie B. Vuol dire dover rispondere alle domande “ma per diventare veterinario/vetrinaio/vetrinario hai dovuto fare qualche corso?/ Ma ti devo anche pagare?”. Fare il veterinario vuol dire anche affrontare l’eutanasia, con la sensibilità e la professionalità necessaria, indispensabile. E questa è stata e continua ad essere una dura prova.  Anche se sai che stai facendo la cosa giusta, che non c’è altra soluzione. Io non ho ancora imparato a mascherare ciò che provo in quel momento e le lacrime scendono senza che riesca a controllarle. Ma forse con il tempo, soprattutto per questioni di “sopravvivenza emotiva”, riuscirò ad essere meno coinvolta.

E’ stato un percorso lungo e devo ancora imparare molto, ma questi anni sono stati ricchi di grandi esperienze che mi hanno formata, come futuro medico e come persona. Mi ricordo quando ho realizzato di aver superato il test di ammissione (a cui è seguita una sbronza che ha fatto storia), mi ricordo il primo esame (biologia animale, 12cfu, un parto) e la prima bocciatura (una mezza tragedia). Mi ricordo quando ho comprato il mio primo fonendoscopio (rosa, perché anche l’occhio vuole la sua parte), il primo cane a cui ho fatto un prelievo di sangue (sono stati parecchi i tentativi, ma il paziente era realmente “paziente”), il primo parto a cui ho assistito, il primo morso (una bella gatta bianca, un po’ troppo permalosa), la grande emozione che ho provato quando sono entrata per la prima volta in sala operatoria, le difficoltà ad indossare i guanti sterili, i miei primi punti di sutura, i pianti di fronte alla morte.

Ma i ricordi a cui più sono legata sono quelli dei miei pazienti. E’ per loro che ho scelto di fare questo mestiere. Per i loro cuori pieni di amore incondizionato, per le loro code scodinzolanti anche nei momenti più drammatici, per i loro occhi sinceri e dignitosi. Tutti mi hanno lasciato qualcosa dentro, tutti mi hanno insegnato qualcosa.

Ogni paziente è un pezzo del mio cuore e nonostante tutte le difficoltà che ci sono state e che ci saranno, sono felice (ah, l’ho già detto?), tanto emozionata – e non vedo l’ora –  di diventare la dottoressa degli animali, perché sono fermamente convinta che sia il lavoro più bello del mondo.

“Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti.

Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore”.

Sì, sono riuscita ad “infilare” De André anche qua.

Amo in te

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Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l’impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne.

amo in te l’impossibile
ma non la disperazione.

Hikmet

Faber pensiero.

faber

“Io non so cosa ci sia dietro a certe manifestazioni di affetto, probabilmente c’è il tentativo di immedesimazione e forse addirittura il desiderio di trovare dei punti fermi; da un punto di vista strettamente comportamentale, non lo so; che non vengano a chiedere a me delle certezze, io Marinella l’ho scritta, ma non l’ho vissuta, sono un raccontatore di storie, non sono né un filosofo, né un politico. Di solito le certezze si chiedono ai filosofi e ai politici, forse più ai filosofi, però non le si chiede sicuramente a un artista. Invece mi pare che i ragazzi cerchino in noi delle certezze e questo è pericoloso, perché noi siamo pieni di dubbi, perché il nostro pensiero è quello di essere pieni di dubbi. Questi ragazzi invece vogliono delle certezze, ti invitano a tenere mezze conferenze nelle università, sinceramente mi domando: ma che gli vado a dire? Vado a dire che sono insicuro quanto loro, forse più di loro, che ho anch’io bisogno di certezze. Ti senti addosso un sacco di responsabilità che, in effetti, non ti dovrebbero competere. Cristo! Io ho scritto Bocca di rosa, non sono Bocca di rosa”.

Faber