Ritratto di blogger (1)

Circa sei o sette mesi fa mi era venuta un’idea. Volevo scrivere dei piccoli e semplici racconti che avessero come protagonisti voi blogger. Probabilmente capita anche a voi, ma io quando vi leggo, vi immagino, mi costruisco un’idea di voi e della vostra vita sulla base di ciò che scrivete. Immagino quale potrebbe essere il vostro lavoro, la città in cui vivete etc (oggi, in realtà, facebook ci aiuta molto). Ecco, volevo costruire delle storie, con voi come protagonisti, sulla base delle emozioni/delle informazioni che venivano fuori dai vostri post.

Qualche giorno fa ho pensato di “recuperare” questo progetto e oggi pubblicherò un primo racconto. Ci sono un po’ di premesse che sento il bisogno di fare. Io non ho mai scritto racconti (anzi, uno ma lo ha letto solo una persona) e non ne sono capace. Ci provo, scrivo di getto, quindi non aspettatevi niente di particolare e non lo dico per modestia, lo dico per onestà (e premere il tasto “pubblica”, mi mette un po’ di ansia eheh). Ah, tranquilli: non deciderò di scrivere un libro. Potete tirare un sospiro di sollievo.

Inoltre non ci saranno appuntamenti fissi con questa “rubrica”. Ho davvero poco tempo in questo periodo, per cui magari scriverò altri racconti in questi giorni, magari passeranno mesi tra l’uno e l’altro, magari questo è il primo e anche l’ultimo. Vedremo.

Comunque, il primo racconto in realtà non riguarda una blogger a caso, ma ha come protagonista una mia grande amica da tanti anni. Siamo un po’ distanti geograficamente ora, ma abbiamo passato dei bellissimi anni da vicine di casa ed è, senza dubbio, una delle persone più importanti della mia vita. Ovviamente, la conosco molto molto bene, quindi nel racconto non “immagino” il suo presente, ma come potrebbe essere tra qualche anno la sua vita.

Ovviamente nel racconto ci sono elementi di fantasia e altri assolutamente no… ma non dirò quali sono inventati e quali invece sono reali 🙂

Lei è Lemniar.

Questo è il racconto.

Il turno è finalmente finito. Lemniar si toglie il camice e lo butta nello zaino. Facendo questo gesto, si accorge che l’agenda che quella mattina aveva cercato per tutta la casa era lì in fondo, nascosta dal cappello. Ah, il cappello. Lo cercava da tre giorni.Esce dalla clinica, prende la macchina e torna finalmente a casa. Per fortuna lui è già rincasato da più di un’ora e le ha fatto trovare la cena pronta.

Quella casa l’hanno scelta insieme e non è stato difficile. E’ piaciuta subito ad entrambi: non troppo grande, luminosa e dalla finestra della camera da letto si vede il mare. Praticamente perfetta. Neanche la scelta dell’arredamento è stata complessa, erano d’accordo quasi su tutto. Ma su una cosa proprio avevano idee differenti: la disposizione dei libri sugli scaffali. Lui sosteneva dovessero essere sistemati in base all’altezza della copertina ma, diciamolo, era proprio brutto da vedere. Vinse (e non avevo dubbi) l’idea di Lemniar: i libri dovevano essere sistemati per autore. E così è stato.

Il giorno dopo non avrebbe lavorato e si sarebbe dedicata alla messa in ordine di quella “stanza in più”, ancora piena di scatoloni da svuotare. Così, ritrova quelle tazze che aveva perso di vista dal momento del trasloco e anche quella collana con le pietre bianche e azzurre che sta così bene con quella camicia acquistata solo qualche giorno prima. Nel secondo scatolone, tra le tante cose, ritrova quella moleskine nera, che tanto le aveva fatto compagnia negli anni passati, principalmente quelli dell’università. Anni stupendi per molte ragioni, ma anche anni molto duri perché l’università era distante da casa e perché troppo spesso quel percorso è stato interrotto da problemi “esterni” che hanno rallentato il raggiungimento del traguardo finale. La moleskine nera raccoglie i suoi pensieri di quegli anni e descrivono una ragazza che ha sempre pensato più agli altri che a se stessa. Lemniar ha chiesto mille volte “come stai? hai bisogno di qualcosa?”, ma se lo è sentito dire poche volte. Lemniar è quella persona che riesce a farti ragionare quando proprio non sei nelle condizioni di farlo, per esempio quando il tuo fidanzato ti lascia per telefono. Lemniar sa anche essere dura quando serve e questo è un grande pregio.

 Su quell’agenda ha annotato i momenti in cui non riusciva più a respirare in quella casa, ha messo nero su bianco quanto è stato difficile concentrarsi sui libri quando i problemi in famiglia portavano la testa da tutt’altra parte.

Rileggendo quelle pagine, seduta sul pavimento di quella “stanza in più” ancora vuota ma che fa parte dei progetti per il futuro, Lemniar si accorge che rispetto al passato è riuscita a fare qualche passo in avanti. Ora, pur essendo ancora una ragazza generosa e altruista, ritaglia molto più tempo per se stessa e ha smesso di mettere sempre al primo posto le esigenze degli altri. Questo cambiamento è stato tutt’altro che semplice, ma necessario per poter affrontare con più serenità il suo futuro.

Ora, a conferma di quel cambiamento importante, Lemniar ripone quella moleskina nello scatolone, che sistema nel ripiano più alto dell’armadio. Smette di riordinare e si prende un’oretta per sé. Indossa la tuta, sistema le cuffie nelle orecchie, accende la musica e va a correre laggiù vicino al porto antico della sua città vecchia, “nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi”.

Open mind for a different view
and nothing else matters

Questa di Marinella è la storia vera.

Con questo post si inaugura una nuova collaborazione. Quella tra la sottoscritta e Lemniar, una ragazza speciale che conosco da un bel po’ di anni (e se non la leggete, MALE!! Anzi, MALISSIMO).

Abbiamo deciso di unire la mia passione per la musica alla sua passione, la scrittura. Per cui, a turno, io sceglierò una canzone e lei scriverà un racconto ispirato a quella canzone e, la volta successiva, lei scriverà un racconto e io sceglierò una colonna sonora.

In questo caso, io ho scelto prima la canzone e lei ci ha costruito un racconto. La canzone che ho scelto è “La canzone di Marinella” di Fabrizio De André.  

 

Perchè? Ecco perché. Circa due anni fa a gennaio, io e la cara Lemniar ci trovavamo a casa mia a studiare per un esame universitario. Dopo ore passate sui libri, si decise per una pausa caffè. Mentre aspettavamo che la caffettiera producesse, ho preso il pc e ho messo un po’ di musica. E ho scelto La canzone di Marinella. In quell’occasione Lemniar mi disse: “Sai Ilaria che ci sono due canzoni che mi fanno commuovere particolarmente?! Beh, questa è una di quelle”. Ci siamo bevute il nostro caffè, ci siamo ascoltate De André e abbiamo ripreso a studiare. L’esame era andato bene, molto bene.

Questa canzone mi sembra perfetta per iniziare questa collaborazione perché c’è una piccola storia che ci lega a questa canzone, cara Lemniar. E “poi” è di De André. La canzone di Marinella è stata pubblicata per la prima volta nel 1964 come lato B del 45 giri Valzer per un amore ed è arrivata al grande pubblico soprattutto grazie all’interpretazione di Mina.  Si è sempre parlato molto di come è nata questa canzone. Il Faber raccontò in diverse interviste di aver letto su un giornale (forse La Provincia di Asti, forse La Nuova Stampa) un fatto di cronaca che riguardava l’uccisione di una donna, trovata senza vita nel gennaio del 1953 nell’Olona, alla periferia di Milano. Il giorno successivo al ritrovamento del cadavere di questa giovane prostituta, la Nuova Stampa riporta la notizia e l’articolo inizia così: “Quella di Maria Boccuzzi…è la storia di…”.

Questa di Marinella è la storia vera

De André racconta di aver scritto La canzone di Marinella perché voleva fare qualcosa per lei nell’unico modo in cui poteva: “decisi di cambiarle la morte, visto che non potevo più cambiarle la vita. Allora pensavo, e forse lo penso ancora, che se lei, da qualche parte, ha uno spiraglio attraverso il quale può vedere che qualcuno si occupa di lei, forse ne sarà contenta“.

Bene, è giunta l’ora di ascoltare la canzone e di leggere racconto.

 

Davanti ai suoi occhi scintillava blu il mare. Allontanarsi da quella guerra sarebbe stato anche più pericoloso.

La lettera per imbarcarsi sulla nave che li avrebbe portati via da quella Bestialità in Terra Santa recitava:

“ Lasciapassare per il Signore di Orentodos, per il suo vassallo e scudiero Patronomìr, la vendita delle cavalcature in possesso coprirà le spese fino al porto di Marsiglia”.

Quindi la bambina,  che ora riposava tra le sue braccia, dai capelli corvini, occhi chiari e la pelle mora, non era nella lista. La missiva non era il solo problema del Signore di Orentodos. Anche come quella bambina era entrata nella sua vita, era parte del problema.

 

Le Crociate furono per loro solo massacri fin dal primo giorno in cui misero piede in quella terra, che di santo portava solo il nome e che, per il resto, viveva una dannazione che molte vite dopo la loro non si sarebbe ancora placata, di questo erano certi.

Dopo un anno a vivere respirando polvere e sangue tutti i cavalieri non avevano più anima, il cinismo se l’era portata via ed era per loro tutto vuoto, tutto insapore. Lo vedevano ogni giorno.

Tutto cambiò un tardo pomeriggio mentre raggiungevano la sommità di una collina, l’urlo straziante fece sdraiare d’istinto sia lui sia il suo compagno e per capire cosa stesse succedendo cercare una visuale strisciando sulla terra era l’unico modo. Non bastava aver visto orrori tutti i giorni per abituarsi al peggio, gli orrori non avevano limiti e una donna appena violentata e trapassata da una lama di un cavaliere di quella guerra santa, era l’abominio cui non potevi abituarti. La donna fu gettata nel fiume con il suo fagotto sulle spalle, la videro scivolare nelle acque chiare, solo il fagotto affiorava.

Videro poi cavaliere e vassallo rimanere sul luogo dello scempio e accendere un fuoco e il tutto fu semplicemente  troppo. Decisero allora che avrebbero aspettato poche ore prima dell’alba per poi scendere lungo la collina e ucciderli. Avrebbero proseguito il pellegrinaggio una volta sorta l’alba, ma il piano richiese di essere cambiato più di una volta perché due frati che decidono di arrivare di soppiatto e di ammazzare due diavoli commettono inevitabilmente errori e così la dipartita dei due non fu proprio indolore.

Alle prime luci dell’alba invece di lavarsi semplicemente, i due frati s’imbatterono nel corpo della poveretta che in un impeto di vita si era portata verso la riva, sporgeva quel che bastava per tenere fuori dall’acqua il suo fagotto o meglio la sua bambina, infreddolita, affamata, arrabbiata, ma viva. E fu allora chiaro che abbandonarla al suo destino non poteva essere possibile e che l’impossibile doveva essere tentato per lei.

Fu frate Agosto a voler perquisire i cadaveri dei demoni e fu lui infatti a trovare la lettera. Fu così che Fra Agosto mise i panni di Patronomìr e Fra Pesto divenne il Signore di Orentodos con una tranquilla bambina mora addormentata, nascosta tra le fasce di una cappa da crociato e questa sarebbe stata la verità almeno fino a Marsiglia.