Ma se ci tieni tanto puoi baciarmi ogni volta che vuoi

 

“Una volta avevo ascoltato una canzone che mi era rimasta in testa, mi era piaciuta tantissimo, ed era Alice di Francesco De Gregori. Nello stesso tempo mi era rimasta in testa una domanda: ma perché Alice guarda i gatti e non può guardare quel lampione là o non può guardare qualsiasi altra cosa, un sasso piuttosto che un cespuglio, un albero? E volevo chiederglielo, però non sapevo come, non lo conoscevo e avevo questa domanda da fargli…
L’estate successiva scopro che sta iniziando a lavorare con mio padre ad un album che era Volume ottavo. Figurati, impazzisco, vado in Sardegna e me lo trovo lì, a casa. In pigiama. Che lavora con mio padre, seduto sul mio divano, con la chitarra, giovane, con la barba rossa, un po’ fricchettone […]. E allora io prendo coraggio e vado da lui […]. Comincio alla larga, poi piano piano mi convinco e un giorno: «Francesco, perché Alice guarda i gatti?»
Lui mi guarda con un occhio aperto e l’altro chiuso… Non mi risponde. E non mi ha mai risposto. Anzi mi ha risposto, però in un modo abbastanza inconsueto: cioè scrivendo una canzone, con mio padre. Si chiama Oceano, e devo dire che io sono orgoglioso di questa canzone perché è stata dedicata a me. È la risposta di perché Alice guarda i gatti. Al che non mi sono più sognato di fargli domande di questo genere..”

Cristiano De André

 

Ed arrivò un bambino con le mani in tasca
ed un oceano verde dietro le spalle
disse “Vorrei sapere, quanto è grande il verde
come è bello il mare, quanto dura una stanza
è troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male”

Ma sono mille papaveri rossi

 

E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina anarchia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.

Faber

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche un gesto o un’invenzione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

Gaber

Emancipate yourselves from mental slavery
None but ourselves can free our minds
Have no fear for atomic energy
‘Cause none a them can stop the time
How long shall they kill our prophets
While we stand aside and look
Yes some say it’s just a part of it

Won’t you help to sing, these songs of freedom
‘Cause all I ever had, redemption songs
All I ever had, redemption songs
These songs of freedom, songs of freedom

Bob Marley

Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati

Questa è la piccola storia di un grande amore, un amore felicissimo e che fin che è durato è stato meraviglioso. Quando poi si è incrinato ed è diventato, come diceva Flaubert “soprattutto una comunione di cattivi umori di giorno e di cattivi odori la notte”, si è altrettanto felicemente concluso. Quindi un amore felice in tutti i sensi.

Faber

 

E tu aspetta un amore più fidato
il tuo accendino sai io l’ho già regalato
e lo stesso quei due peli d’elefante
mi fermavano il sangue
li ho dati a un passante.
Io mi dico è stato meglio lasciarci
che non esserci mai incontrati.

L’amore non è sempre più forte delle difficoltà, del dolore, delle diversità. Ci sono situazioni in cui l’amore non basta e bisogna rendersene conto. In questa canzone la relazione finisce perché tra i due innamorati ci sono troppe differenze, soprattutto di estrazione sociale. Ma ci sono mille motivi che possono mettere in crisi un amore, anche se ritenuto forte, anche se duraturo, anche se hai sempre pensato il contrario. Bisogna sbatterci contro ben forte per capirlo.

Poi magari la ferita si rimargina, passa il tempo, ci si rincontra e ci si riscopre felici, insieme. Magari no e allora prima, apparentemente (e anche un po’ fisicamente), si “muore” soffocati dai ricordi, poi si tenta una civile convivenza (sempre con i ricordi). Infine, quando la rabbia è svanita e l’amarezza pure, si raggiunge la consapevolezza che “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”.

Da uomo avvertire il tempo sprecato a farti narrare la vita dagli occhi

 

FRANCIS TURNER

I could not run or play
in boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink – 
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa threes, and arbors sweet with vines
There on that afternoon in June
By Mary’s side – 
Kissing her with my soul upon my lips
It suddently took flight.

Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River

FRANCIS TURNER (Un malato di cuore)

Non potevo correre o giocare
da ragazzo.
Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa,
non bere –
perchè la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Ora giaccio qui
confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe, e di pergole dolci di viti –
là quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
baciandola con l’anima sulle labbra
all’improvviso questa prese il volo.

Traduzione a cura di Fernanda Pivano

cuore b

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria.

Ho letto un po’ di interviste a Fabrizio De André e vi propongo alcune parti che ho trovato particolarmente significative.

Fabrizio, guardando al tuo passato come ti consideri: più cantautore o più poeta? E quali sono le differenze, se esistono, tra canzone e poesia? 

A questa domanda ti devo rispondere come tante volte ho già risposto.
Benedetto Croce diceva che, fino all’età di diciotto anni, tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle solo due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore.
Per quanto riguarda l’ipotesi di differenza fra canzone e poesia, io non ho mai pensato che esistessero arti maggiori o arti minori ma, casomai, artisti maggiori e artisti minori. Quindi se si deve parlare di differenza tra poesia e canzone credo che la si dovrebbe ricercare soprattutto in dati tecnici.

I giovani di ieri e di oggi ti considerano una sorta di punto di riferimento culturale, cosa ne pensi?
Probabilmente perché anch’io ho avuto dei punti di riferimento precisi che, a loro volta, avranno avuto sicuramente dei riferimenti in questi punti luminosi della storia dell’espressione umana.
Io credo che l’uomo potrà anche conquistare le stelle, ma penso d’altra parte che le sue problematiche fondamentali siano destinate a rimanere le stesse per molto tempo, se non addirittura per sempre.

(Intervista di Vincenzo Mollica, 1984)

 

Come immagina la società del Duemila? 
Una società per lo per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell’economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall’ altra un’economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale. 

(Intervista rilasciata da Fabrizio De André alla Gazzetta di Parma e pubblicata il 4 marzo 1997)

 

Lei, Fabrizio, ci crede davvero al livello intellettuale, culturale, letterario, poetico, come vuole, delle sue canzoni? Non le viene mai il sospetto di fare il gioco che fanno tutti, solo in maniera inversa? Poniamo: Zingara va perché è volgare. Le sue canzoni vanno perché sono apparentemente difficili. Si tratta sempre di qualcosa che va al pubblico attraverso una mezza fregatura.

C’è fregatura e fregatura, scusi. La mia è una fregatura di buon livello, spero: che non danneggia il gusto e che, anzi, di quando in quando, porta il pubblico della canzone a riascoltare versi veramente buoni. No, non dico i miei versi; ma quelli degli altri, di poeti grandi, veri classici, che io ogni tanto rubacchio dai testi sacri e li rinfilo nelle mie canzoni. Un po’ di Villon… un po’ di questo, un po’ di quello. A parte il fatto che io, nelle mie canzoni, cerco di fare un discorso, un ragionamento. Cosa che ha fatto anche Adriano Celentano: un cantautore di prima razza. Non per niente ha dovuto metter su una casa discografica per proprio conto. Che cosa fa Celentano? Racconta, ragiona. Come faccio io, a mio modo. Prendiamo l’ultimo mio disco, Tutti morimmo a stento, diverse canzoni tenute insieme, oltre che dal tono, dall’appartenere a un solo discorso. C’è, in ogni uomo, una carica di aggressività feroce senza la quale l’uomo non è più uomo. Di quest’aggressività non possiamo fare a meno senza castrarci. Come difenderci allora? Con la pietà, con tanta pietà.

(L’Europeo, 13 marzo 1969)

faberpivano

Pivano: Puoi spiegarmi meglio l’idea del malato di cuore come alternativa all’invidia?

Faber: Se ci riuscissi. Gli altri personaggi si sono lasciati prendere dall’invidia e in qualche maniera l’hanno risolta, positivamente o negativamente (lo scemo che per invidia studia l’enciclopedia britannica a memoria e finisce in manicomio, il giudice che per invidia raggiunge abbastanza potere da umiliare chi l’ha umiliato, il blasfemo che è un esegeta dell’invidia e per salirne alle origini la va a cercare in Dio); invece il malato di cuore pur essendo nelle condizioni ideali per essere invidioso compie un gesto di coraggio e…

P. Possiamo dire che ha scavalcato l’invidia perché a spingerlo non è stata la molla del calcolo ma è stata la molla dell’amore?

F. Ma sì, l’avrei detto io se non lo avessi detto tu.

P. E allora possiamo concludere con la vecchia proposta di Masters, che a trionfare sulla vita è soltanto chi è capace di amore?

F. Sì, a trionfare sono i “disponibili”.

(Intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio De André)

 

 

Les passantes

 

Je veux dédier ce poème
A toutes les femmes qu’on aime
Pendant quelques instants secrets
A celles qu’on connaît à peine
Qu’un destin différent entraîne
Et qu’on ne retrouve jamais

 

A celle qu’on voit apparaître
Une seconde à sa fenêtre
Et qui, preste, s’évanouit
Mais dont la svelte silhouette
Est si gracieuse et fluette
Qu’on en demeure épanoui

A la compagne de voyage
Dont les yeux, charmant paysage
Font paraître court le chemin
Qu’on est seul, peut-être, à comprendre
Et qu’on laisse pourtant descendre
Sans avoir effleuré sa main

A la fine et souple valseuse
Qui vous sembla triste et nerveuse
Par une nuit de carnaval
Qui voulut rester inconnue
Et qui n’est jamais revenue
Tournoyer dans un autre bal

A celles qui sont déjà prises
Et qui, vivant des heures grises
Près d’un être trop différent
Vous ont, inutile folie,
Laissé voir la mélancolie
D’un avenir désespérant

A ces timides amoureuses
Qui restèrent silencieuses
Et portent encor votre deuil
A celles qui s’en sont allées
Loin de vous, tristes esseulées
Victimes d’un stupide orgueil.

Chères images aperçues
Espérances d’un jour déçues
Vous serez dans l’oubli demain
Pour peu que le bonheur survienne
Il est rare qu’on se souvienne
Des épisodes du chemin

Mais si l’on a manqué sa vie
On songe avec un peu d’envie
A tous ces bonheurs entrevus
Aux baisers qu’on n’osa pas prendre
Aux coeurs qui doivent vous attendre
Aux yeux qu’on n’a jamais revus

Alors, aux soirs de lassitude
Tout en peuplant sa solitude
Des fantômes du souvenir
On pleure les lèvres absentes
De toutes ces belles passantes
Que l’on n’a pas su retenir

Poesia di Antoine Pol, musicata da Georges Brassens. Tradotta da Fabrizio De André e inserita nell’album Canzoni (1974).

 

Con parole cangianti e nessuna scrittura.

faber blog

Non sono un “cantante bene”, non sono un “intellettuale”. Sono soltanto uno che scrive canzoni guardandosi intorno e attingendo molto anche dal Medioevo. E’ quello il periodo che mi affascina veramente. Potendo conservare alcune conquiste sociali fatte nel corso dei secoli successivi, vedrei molto volentieri una società moderna ambientata nel Medioevo.

Non sono un fabbricante di sogni, non lo sarò mai. Ho il virus della realtà. C’è chi dice che questo di far sognare sia il compito di noi artisti: ma allora, chi resta a raccontarci la realtà? I giornali? Io non vendo sogni: i sogni si sognano, la realtà si racconta.

Se non mi fossi messo a cantare, sarei stato un pittore. Anche perché mi piace considerare una canzone simile a un dipinto, dove alcuni elementi stanno in primo piano, altri in secondo piano, altri svolgono la funzione di fondale. Così la voce, il tema e la melodia potrebbero assumere le sembianze figurative della donna con il bambino nella Tempesta di Giorgione. Laddove l’arrangiamento, nei suoi piani strumentali, potrebbe rappresentare i vari elementi del paesaggio…

Gli uomini sono tutti potenziali artisti, ma devono fare i conti con esigenze di vita che con il tempo si sono moltiplicate trasformandosi da semplici orpelli in insopprimibili necessità. Vale il discorso contrario per gli artisti troppo ricchi, e nel nostro tempo i cantanti e gli autori di canzoni ne sono un innegabile esempio, che avendo troppo coltivato il gusto del superfluo e dato eccessivo riscontro alla parte più rozza della loro esistenza, hanno perduto, insieme al rispetto per la propria arte, il gusto e la capacità di esercitarla.

Faber

Tratto da “Una goccia di splendore”.

Qui nel girone invisibili.

Questa non è una delle canzoni più “famose” di Fabrizio De André. E’ stata composta con la collaborazione del figlio Cristiano e di Carlo Facchini.

Tratta il delicato tema della sieropositività nei confronti del virus dell’HIV. E’ stata scartata al Festival di Sanremo, probabilmente perché non trattava temi importanti come sole, cuore, amore. Perché a Sanremo, con rare eccezioni, se non son banali cazzate, non le vogliono.

In questa canzone si parla delle conseguenze, non solo fisiche, della sieropositività: si parla dell’isolamento, della solitudine, del menefreghismo, dell’ignoranza, della difficoltà (e a volte dell’impossibilità) a costruirsi un futuro affettivo. Si parla di quel girone degli invisibili da cui la “gente per bene” sta alla larga, perché tanto non è affar loro. Perché tanto a loro non capiterà mai. Perché se la sono cercata. Perché,ancora oggi, è questo il vergognoso pensiero della finta gente per bene.
Perché voltarsi dall’altra parte è la soluzione più semplice.

C’è un amore nella sabbia
un amore che vorrei
un amore che non cerco
perché poi lo perderei “

“Fu così che Fabrizio incontrò per la prima volta la chitarra e la poesia”

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Di ritorno dalla montagna i De André, insieme ad alcuni amici, decisero di passare una breve vacanza nella Langhe, a La Morra. Fu così che Fabrizio “incontro” per la prima volta la chitarra e la poesia. 

I De André vennero invitati a cena da un loro conoscente di Torino, l’ingegner Pier Franco Bertone, anche lui in villeggiatura a La Morra. Mentre gironzolava annoiato, Fabrizio scorse in un angolo una bella chitarra e iniziò a strimpellarla con discreta abilità. L’ingegner Bertone rimase di stucco nell’apprendere da Fabrizio che mai prima di allora l’aveva suonata e decise di regalargliela. Fabrizio cominciò a esercitarsi con passione, facilitato anche dalla buona manualità acquisita con lo studio del violino.

In quei giorni arrivò in albergo con la moglie Floria il petroliere Abelardo Remo Borzini. Da anni Borzini coltivava l’hobby della poesia e della pittura; con il passare del tempo sarebbe divenuto uno dei più ispirati cantori della vita di Genova e della Liguria. […].

Uomo coltissimo e raffinato, amante del bello con un originale senso dell’umorismo, fece colpo sul giovane Fabrizio con alcune delle sue poesie.

“Con Fabrizio ci siamo incontrati la prima volta a La Morra. Lui pressoché un ragazzo, io con qualche primizia grigia sulle tempie. Passava le giornate tormentando la sua chitarra ed evocando inconsciamente quella poesia trovadorica che aveva infiammato la poesia di Raimbaut de Vaquerais e di Sordello da Goito e che, un giorno, avrebbe pure lui posseduta. D’un tratto s’interrompeva per passare, in sordina, quasi se ne vergognasse, a motivi conosciuti. Erano quasi sempre variazioni di Giochi Proibiti a frequentare queste parentesi. Ricordi lontani, troppo lontani, di un amico che mi è sempre stato e mi è tuttora vicino. Con la sua musica, con la sua poesia” (Abelardo Remo Borzini).

Tratto da “Non per un Dio ma nemmeno per gioco – Vita di Fabrizio De André,  di Luigi Viva”.

Buon Compleanno Fabrizio.