Beata tra le “bestie”

C’è la stanchezza. Le tante ore passate in piedi. Le festività mai passate a casa. I fine settimana passati quasi sempre in clinica. La gente che ti chiede se per fare il veterinario serve un diploma. Chi non ti considera un medico perché sei donna. Chi ti considera un medico di serie B perché sei “solo” un veterinario. Chi si lamenta di 30 euro di una visita, ma ne spende 700 in un telefono. C’è un po’ di carogna nei confronti di chi lavora sempre cinque giorni a settimana, si fa almeno 20 giorni di ferie l’anno e ha il coraggio di lamentarsi che lavora troppo. Ci sono le ore libere passate sui libri nel tentativo di capirci qualcosa del caso che hai visto la mattina. C’è uno stipendio che, nonostante le circa 60 ore di lavoro settimanali (a volte di più), non ti permette di pagare l’affitto di due metri quadrati sotto un ponte.

Ci sono i pomeriggi come quello di oggi, in cui ti trovi a dover fare l’eutanasia ad un cane che hai avuto in cura per mesi ma nonostante tutti gli sforzi, la malattia ha vinto. Ci sono dei momenti in cui il massimo che puoi fare è alzare le spalle e guardare il tuo paziente negli occhi e sperare di aver almeno alleviato un po’ la sua sofferenza. Ci si sente sopraffatti da un senso di impotenza che lascia senza fiato e senza forze, anche se ciò che si sta facendo in quel momento è giusto . A volte riesco ad esser forte e a trattenere le lacrime, ma oggi no. Oggi è stata più dura del previsto. Oggi le lacrime sono scese e l’abbraccio del proprietario che mi ringrazia per tutto ciò che ho fatto per il suo cane non lo dimenticherò mai.

Ma ci sono anche le giornate in cui visiti una gatta anziana gravemente denutrita, ipotermica, priva di coscienza e pensi che non potrà farcela. Invece, dopo qualche ora dalle prime terapie, alza la testa e quando apri la sua gabbietta, si alza, fa le fusa e struscia la testa contro la tua. E allora passa la stanchezza. Ti dimentichi delle tante ore passate a lavoro e ti interessa anche meno se vieni considerato un medico di serie B, perché sentire quelle fusa è tutto quello che ti serve per risvegliarti il giorno dopo e tornare in mezzo a quelle “bestie” che ti rendono tanto felice.

io cagnino

N.b. No, la Frontline non è il mio sponsor e non mi paga per questa foto. 

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46 pensieri su “Beata tra le “bestie”

  1. Non servirà a nulla, ma sappi che io vi ammiro. Era il mio sogno da bambino diventare veterinario. Se non fosse stato per il mio pessimo rapporto con ferite, sangue etc. forse adesso saremmo colleghi.
    Ci vuole coraggio, un grande cuore e tanta forza… perché credo che una eutanasia ad un animale (anche se sofferente) non sia un atto semplice e indolore per chi lo deve mettere in pratica.
    I miei fratelli e sorelle pelosi vi ringraziano per tutte le volte che ci avete aiutati.

    1. Ti ringrazio molto per questo bel commento.
      Ovviamente il mio non è un post di auto-celebrazione o di celebrazione assoluta della mia categoria. Ma oggi è stata una giornata emotivamente molto complessa e avevo bisogno di scriverlo 🙂

      1. A me invece faceva piacere scrivere ciò che penso di chi fa il vostro lavoro. Per chi, come me, ama il “pelosetto” con cui convive, siete persone essenziali.

  2. Ah beh, io mi sento quotidianamente chiamare “signorina” nonostante camice divisa badge appeso e faccia domande “mediche”…e mi sento considerata spesso di serie b pure io perché guardo le immagini…quindi tutta la mia solidarietà, bedda mia! *abbraccio di solidarietà femminile e tra medici di serie b*
    Comunque sei strabella, sallo.*__________*

      1. “Tu che passi di li” non si può sentire ahahahahah XD guarda sto qui per caso con la maglietta di un antipulci è piena di peli di animaletti addosso e magari ho pure i guanti e un camice e sto qui per caso XD

    1. Spesso, davanti ad una “donna in camice” c’è chi non sa scegliere tra quale sia l’appellativo migliore da utilizzare per rivolgersi a lei…
      Esaltare la sua femminilità chiamandola “signorina” o premiare gli anni di sacrifici cui libri e l’impegno chiamandola “dottoressa”.
      Se poi parliamo di ospedali, dovresti poter leggere prima il cartellino di ogni persona a cuti rivolgi, soprattutto in certi reparti, nei quali se non conosci le gerarchie dei colori dei colletti (tutti che girano con stetoscopio e sfigmomanometro… anche gli addetti alle pulizie), diventa difficile capire con chi stai parlando (medico, infermiere, tecnico, boh?)… un buongiorno signorina (sperando almeno di riuscire ancora ad azzeccare il sesso dell’interlocutore) diventa la scorciatoia migliore.
      P. S.
      Scusa l’ironia finale… oggi mi gira un po’ così.

      1. Purtroppo hai ragione… a volte siete direttamente voi donne ad autodiscriminarvi… a chiamare dottore qualunque uomo in camice (a volte anche me 😂😂😂) e infermiera o signorina, qualsiasi donna in camice (visto fare soprattutto da signore di una certa età che probabilmente ancora non hanno assimilato le conquiste fatte dal lato migliore del genere umano in questi ultimi decenni)

      2. Non per polemizzare..ma io se vedo un uomo in camice o in divisa lo chiamo dottore e per una donna vale la stessa identica cosa. Dottoressa. Se poi è ‘solo’ una ausiliaria pazienza, e sta nella sua correttezza dire ‘non so uno medico’ ma se è un medico allora sono stata rispettosa.

    1. Grazie mille. Spesso siamo considerati (anche per colpa nostra eh) dei medici di serie B e la cosa mi fa un po’ arrabbiare perché gli anni di studio ci sono e l’impegno e la voglia di fare bene (e parlo per me), anche.

  3. Una cosa schifosa essere considerati di serie B. Io sono anni che vengo considerato di serie B dai colleghi che stanno a 50 metri dal mio ufficio. Ci guardano come se fossimo appestati o ci degnano a stento di un saluto. Uno schifo.
    E poi sei di serie B con chiunque parli… ma questo è il ruolo che ti mette in serie B, lotta salvezza.

    Fortuna, e lo dico sinceramente, che qualche volta c’è la possibilità di dire: vaffanculo e si vede il bello.
    E sono contento che l’hai visto 🙂

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