E aveva un solco lungo il viso come una specie di sorriso.

Tu mi avevi detto che era rimasto tutto uguale. Che non avevi tolto niente di “nostro”. Io non ci ho mai creduto.  Credevo lo dicessi perché sapevi che mi avrebbe fatto stare male il contrario. E invece è così. E’ davvero tutto come l’avevo lasciato l’ultima volta, tre mesi fa. C’è il mio spazzolino, lì accanto al tuo. Ci sono le mie creme nel mobiletto del bagno. C’è il mio profumo. In cucina ci sono le nostre tovagliette per la colazione, quelle con gli asinelli. Ci sono le mie Yankee Candle sparse per tutta la casa. C’è la nostra foto all’ingresso. I quadri che avevamo scelto insieme. Il poster di Homer Simpson che ti avevo regalato sette anni fa.  C’è il nostro angolo “Faber” dove abbiamo sistemato foto, cd, DVD di De André. Non hai tolto niente neanche dal mio comodino. E’ rimasto tutto così, congelato.

Ritornare in quella casa, che sento anche un po’ mia, è stato emozionante. Rivivere un nostro classico fine settimana, lo è stato di più. Andare a fare l’aperitivo nel nostro bar dicendo “solo un bianchino perché sono stanco eh” “sisi, anche io sono stanca” e bere una bottiglia di Traminer. E un Negroni.

Tornare a casa e passare due ore a ridere davanti alle scene di Fantozzi. Uscire di corsa perché è tardi e si deve ancora cenare. Tu che urli che occupo il bagno per troppo tempo. Io che ti chiedo “Sto bene vestita così?” Tu che mi dici “Ma non eri già vestita così prima?” Io che ti dico “No, cazzo. Prima avevo i pantaloni, adesso ho un vestito!!!” Tu che sorridi e mi dici “Lo sai che non noto mai niente. Comunque tu stai sempre bene”.

Uscire e parlare, parlare, parlare. Tu che mi prendi in giro perché mi mangio un quintale di patatine fritte e poi mi lamento che mi sento un po’ pienotta.

Svegliarmi al suono della tua (odiosa) sveglia. Aprire gli occhi e vedere te e quella stanza. E tutto mi è sembrato normale. E con normale non intendo scontato o senza emozione, ma naturale. Come se non potesse essere altrimenti. Perché è così che deve essere. E tu lo sai.                              Preparare  SUBITO il caffè con la caffettiera muccata. E poi vestirsi rapidamente e andare al bar a bere il secondo caffè. Perché quello casalingo non basta, ma comunque è necessario per avere la forza di uscire e bere quello del bar.

Tornare a casa e chiacchierare sul divano con De André che ci canta addosso. Sorridevi tu. Eri felice, in quel momento. Eri felice che fossi li’. Ma sei troppo orgoglioso per ammetterlo.  Io ti ho detto “E’ stato bello rivederti. E’ stato tutto bello”. Tu mi hai detto “Si, è stato bellissimo”.

Io non so cosa succederà. Io non so se succederà ancora. Io so che è come se negli ultimi mesi qualcuno (uno a caso…) avesse premuto il tasto “pausa” e ora, lo stesso qualcuno, avesse schiacciato “play”. Io so che dovrei smetterla di subire. Io so l’immenso dolore che ho provato negli ultimi mesi per esser stata messa da parte e non lo posso e non lo devo dimenticare. Ma per ora, lascio solo che il vento mi passi un po’ addosso.

“Andrea s’è perso s’è perso e non sa tornare”

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