Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria.

Ho letto un po’ di interviste a Fabrizio De André e vi propongo alcune parti che ho trovato particolarmente significative.

Fabrizio, guardando al tuo passato come ti consideri: più cantautore o più poeta? E quali sono le differenze, se esistono, tra canzone e poesia? 

A questa domanda ti devo rispondere come tante volte ho già risposto.
Benedetto Croce diceva che, fino all’età di diciotto anni, tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle solo due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore.
Per quanto riguarda l’ipotesi di differenza fra canzone e poesia, io non ho mai pensato che esistessero arti maggiori o arti minori ma, casomai, artisti maggiori e artisti minori. Quindi se si deve parlare di differenza tra poesia e canzone credo che la si dovrebbe ricercare soprattutto in dati tecnici.

I giovani di ieri e di oggi ti considerano una sorta di punto di riferimento culturale, cosa ne pensi?
Probabilmente perché anch’io ho avuto dei punti di riferimento precisi che, a loro volta, avranno avuto sicuramente dei riferimenti in questi punti luminosi della storia dell’espressione umana.
Io credo che l’uomo potrà anche conquistare le stelle, ma penso d’altra parte che le sue problematiche fondamentali siano destinate a rimanere le stesse per molto tempo, se non addirittura per sempre.

(Intervista di Vincenzo Mollica, 1984)

 

Come immagina la società del Duemila? 
Una società per lo per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell’economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall’ altra un’economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale. 

(Intervista rilasciata da Fabrizio De André alla Gazzetta di Parma e pubblicata il 4 marzo 1997)

 

Lei, Fabrizio, ci crede davvero al livello intellettuale, culturale, letterario, poetico, come vuole, delle sue canzoni? Non le viene mai il sospetto di fare il gioco che fanno tutti, solo in maniera inversa? Poniamo: Zingara va perché è volgare. Le sue canzoni vanno perché sono apparentemente difficili. Si tratta sempre di qualcosa che va al pubblico attraverso una mezza fregatura.

C’è fregatura e fregatura, scusi. La mia è una fregatura di buon livello, spero: che non danneggia il gusto e che, anzi, di quando in quando, porta il pubblico della canzone a riascoltare versi veramente buoni. No, non dico i miei versi; ma quelli degli altri, di poeti grandi, veri classici, che io ogni tanto rubacchio dai testi sacri e li rinfilo nelle mie canzoni. Un po’ di Villon… un po’ di questo, un po’ di quello. A parte il fatto che io, nelle mie canzoni, cerco di fare un discorso, un ragionamento. Cosa che ha fatto anche Adriano Celentano: un cantautore di prima razza. Non per niente ha dovuto metter su una casa discografica per proprio conto. Che cosa fa Celentano? Racconta, ragiona. Come faccio io, a mio modo. Prendiamo l’ultimo mio disco, Tutti morimmo a stento, diverse canzoni tenute insieme, oltre che dal tono, dall’appartenere a un solo discorso. C’è, in ogni uomo, una carica di aggressività feroce senza la quale l’uomo non è più uomo. Di quest’aggressività non possiamo fare a meno senza castrarci. Come difenderci allora? Con la pietà, con tanta pietà.

(L’Europeo, 13 marzo 1969)

faberpivano

Pivano: Puoi spiegarmi meglio l’idea del malato di cuore come alternativa all’invidia?

Faber: Se ci riuscissi. Gli altri personaggi si sono lasciati prendere dall’invidia e in qualche maniera l’hanno risolta, positivamente o negativamente (lo scemo che per invidia studia l’enciclopedia britannica a memoria e finisce in manicomio, il giudice che per invidia raggiunge abbastanza potere da umiliare chi l’ha umiliato, il blasfemo che è un esegeta dell’invidia e per salirne alle origini la va a cercare in Dio); invece il malato di cuore pur essendo nelle condizioni ideali per essere invidioso compie un gesto di coraggio e…

P. Possiamo dire che ha scavalcato l’invidia perché a spingerlo non è stata la molla del calcolo ma è stata la molla dell’amore?

F. Ma sì, l’avrei detto io se non lo avessi detto tu.

P. E allora possiamo concludere con la vecchia proposta di Masters, che a trionfare sulla vita è soltanto chi è capace di amore?

F. Sì, a trionfare sono i “disponibili”.

(Intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio De André)

 

 

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