Tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore.

 

Non è detto che fossimo santi 
l’eroismo non è sovrumano 
corri, abbassati, dai balza avanti! 
ogni passo che fai non è vano. 
Vedevamo a portata di mano 
oltre il tronco il cespuglio il canneto 
l’avvenire di un mondo piu’ umano 
e più giusto più libero e lieto. 

Ormai tutti han famiglia hanno figli 
che non sanno la storia di ieri 
io son solo e passeggio fra i tigli 
con te cara che allora non c’eri. 
E vorrei che quei nostri pensieri 
quelle nostre speranze di allora 
rivivessero in quel che tu speri 
o ragazza color dell’aurora. 


fiore rosso

E questo è il fiore del Partigiano morto per la Libertà.

Buon 25 aprile.

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Mangia-piante: modalità On.

“L’argomento con cui un amico cercò di convincere Gandhi ad abbandonare la tradizione ortodossamente vegetariana della sua famiglia fu dello stesso tipo. Gli disse che gli inglesi erano capaci con pochi uomini di dominare milioni di indiani perché mangiavano carne. Questo li rendeva forti. Il solo modo di combatterli era di diventare carnivori come loro. Una notte allora i due amici vanno in riva al fiume e per la prima volta Gandhi mangia un boccone di carne di capra, tradendo così la fede dei suoi genitori e della sua casta. Ma sta malissimo. Non digerisce e ogni volta che cerca di addormentarsi gli pare di sentire nello stomaco il belare della capra mangiata, come racconta nella sua autobiografia. In tutta la sua vita Gandhi non toccò più un pezzo di carne, neppure nei suoi anni da studente in Inghilterra dove tutti gli dicevano che senza carne non avrebbe potuto resistere al freddo. Io, per cultura, non mi ero mai chiesto se ero vegetariano o meno. A casa mia, da ragazzo, mangiar carne era normale, se potevamo permettercela. Succedeva di solito alla domenica. Quando Angela (sua moglie ndr) e io arrivammo in India nel 1994 eravamo ancora tutti e due carnivori e per un po’ continuammo a esserlo.
Una volta alla settimana un musulmano si presentava alla porta di casa con una impeccabile valigia dalla quale tirava fuori dei pacchi sanguinolenti con filetti e bistecche di manzo. Poi un giorno Dieter, l’amico fotografo tedesco, indicandomi per strada un branco di vacche attorno a un deposito di spazzatura, intente a mangiare sacchetti di plastica, scatole di cartone e giornali, disse: “Ecco quel che mangi con la bella carne del tuo musulmano. E pensa al piombo di tutta quella carta stampata!” Aveva assolutamente ragione. Pur permettendosi di macellare le mucche che gli Indù ritengono sacre, il nostro musulmano non aveva certo uno speciale pascolo di erba fresca dove mandare le sue vittime e quel che ci portava erano pezzi delle malaticce mucche di strada alimentate di rifiuti.

La molla a smettere fu quella. Poi, col passare del tempo, mi sono reso conto che, non considerandoli più come cibo, cominciavo a guardare gli animali diversamente da prima e a sentirli sempre di più come altri esseri viventi, in qualche modo parte della stessa vita che popola e fa il mondo. La sola vista di una bistecca ormai mi ripugna, l’odore di una che cuoce mi dà la nausea e l’idea che uno possa allevare delle bestie solo per assassinarle e mangiarsele mi ferisce.
Il modo perfettamente “razionale” in cui noi uomini alleviamo gli animali per ucciderli, tagliando la coda ai maiali perché quelli dietro non la mordano a quelli davanti, e il becco ai polli perché, impazzendo nella loro impossibilità di muoversi, non attacchino il vicino, è un ottimo esempio della barbarie della ragione.

Ma anche la verdura è vita ! mi sento dire dagli accaniti carnivori, sordi a ogni argomento, come se a cogliere un pomodoro si facesse soffrire la pianta come a strozzare un pollo, o come se si potesse ripiantare una coscia d’agnello nel modo in cui si ripianta il cavolo o l’insalata. Le verdure sono lì per essere mangiate. Gli animali no! Il cibo più naturale per l’uomo è quello prodotto dalla terra e dal sole.
Il miliardario non arrivava. Io guardavo i maialini e chiedevo, tra me e me, a chi li avrebbe mangiati: “Avete mai sentito le grida che vengono da un macello?” Bisognerebbe che ognuno le sentisse, quelle grida, prima di attaccare una bistecchina. In ogni cellula di quella carne c’è il terrore di quella violenza, il veleno di quella improvvisa paura dell’animale che muore. Mia nonna era, come tutti, carnivora, se poteva, ma ricordo che diceva di non mangiare mai la carne appena macellata. Bisognava aspettare. Perché? Forse i vecchi come lei sapevano del male che fa mettersi in pancia l’agonia altrui. Perché quella che chiamiamo eufemisticamente “carne” sono in verità pezzi di cadaveri di animali morti, morti ammazzati. Perché fare del proprio stomaco un cimitero?
Angela continua a mangiare carne, se le capita. Per me è impossibile. Ma non è più una questione di salute, di non ingurgitare il piombo dei giornali ruminati dalle vacche di strada. E’ un problema di morale. Ecco un piccolo, bel modo per fare qualcosa contro la violenza: decidere di non mangiare più altri esseri viventi…”

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra.

Avete mai sentito le grida che vengono da un macello?

Io le ho sentite, io al macello ci sono stata (più di una volta).

Non mangio carne/pesce da circa 8 anni. Faccio molta attenzione, in generale, alla provenienza dei prodotti che finiscono sulla tavola.  Sono sempre stata estremamente convinta della mia scelta perché penso che la golosità non valga la vita di nessun essere vivente.

Andare in giro negli allevamenti e andare nei macelli ha rafforzato la mia convinzione.

I miei genitori mi hanno sempre insegnato ad essere rispettosa delle opinioni degli altri e lo sono anche in questo contesto.

Ma, secondo me, è necessario che tutti siano più consapevoli della realtà dell’allevamento intensivo, del trasporto degli “animali da produzione” (sì, sono definiti così) e della loro macellazione.

E poi, quando si ha la consapevolezza della “non vita” che conducono gli animali nella maggior parte degli allevamenti, allora si sceglie da che parte stare.

Questo per me è un argomento molto serio e delicato, che mi ha causato molta sofferenza perché andare nei macelli mi ha turbata (e non poco), quindi vi chiedo di non fare battute ironiche etc.

Ognuno la pensa come vuole, ripeto che rispetto le idee di tutti, volevo solo condividere un mio pensiero senza nessuna presunzione 🙂

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Un abbraccio, Ilaria

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria.

Ho letto un po’ di interviste a Fabrizio De André e vi propongo alcune parti che ho trovato particolarmente significative.

Fabrizio, guardando al tuo passato come ti consideri: più cantautore o più poeta? E quali sono le differenze, se esistono, tra canzone e poesia? 

A questa domanda ti devo rispondere come tante volte ho già risposto.
Benedetto Croce diceva che, fino all’età di diciotto anni, tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle solo due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore.
Per quanto riguarda l’ipotesi di differenza fra canzone e poesia, io non ho mai pensato che esistessero arti maggiori o arti minori ma, casomai, artisti maggiori e artisti minori. Quindi se si deve parlare di differenza tra poesia e canzone credo che la si dovrebbe ricercare soprattutto in dati tecnici.

I giovani di ieri e di oggi ti considerano una sorta di punto di riferimento culturale, cosa ne pensi?
Probabilmente perché anch’io ho avuto dei punti di riferimento precisi che, a loro volta, avranno avuto sicuramente dei riferimenti in questi punti luminosi della storia dell’espressione umana.
Io credo che l’uomo potrà anche conquistare le stelle, ma penso d’altra parte che le sue problematiche fondamentali siano destinate a rimanere le stesse per molto tempo, se non addirittura per sempre.

(Intervista di Vincenzo Mollica, 1984)

 

Come immagina la società del Duemila? 
Una società per lo per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell’economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall’ altra un’economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale. 

(Intervista rilasciata da Fabrizio De André alla Gazzetta di Parma e pubblicata il 4 marzo 1997)

 

Lei, Fabrizio, ci crede davvero al livello intellettuale, culturale, letterario, poetico, come vuole, delle sue canzoni? Non le viene mai il sospetto di fare il gioco che fanno tutti, solo in maniera inversa? Poniamo: Zingara va perché è volgare. Le sue canzoni vanno perché sono apparentemente difficili. Si tratta sempre di qualcosa che va al pubblico attraverso una mezza fregatura.

C’è fregatura e fregatura, scusi. La mia è una fregatura di buon livello, spero: che non danneggia il gusto e che, anzi, di quando in quando, porta il pubblico della canzone a riascoltare versi veramente buoni. No, non dico i miei versi; ma quelli degli altri, di poeti grandi, veri classici, che io ogni tanto rubacchio dai testi sacri e li rinfilo nelle mie canzoni. Un po’ di Villon… un po’ di questo, un po’ di quello. A parte il fatto che io, nelle mie canzoni, cerco di fare un discorso, un ragionamento. Cosa che ha fatto anche Adriano Celentano: un cantautore di prima razza. Non per niente ha dovuto metter su una casa discografica per proprio conto. Che cosa fa Celentano? Racconta, ragiona. Come faccio io, a mio modo. Prendiamo l’ultimo mio disco, Tutti morimmo a stento, diverse canzoni tenute insieme, oltre che dal tono, dall’appartenere a un solo discorso. C’è, in ogni uomo, una carica di aggressività feroce senza la quale l’uomo non è più uomo. Di quest’aggressività non possiamo fare a meno senza castrarci. Come difenderci allora? Con la pietà, con tanta pietà.

(L’Europeo, 13 marzo 1969)

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Pivano: Puoi spiegarmi meglio l’idea del malato di cuore come alternativa all’invidia?

Faber: Se ci riuscissi. Gli altri personaggi si sono lasciati prendere dall’invidia e in qualche maniera l’hanno risolta, positivamente o negativamente (lo scemo che per invidia studia l’enciclopedia britannica a memoria e finisce in manicomio, il giudice che per invidia raggiunge abbastanza potere da umiliare chi l’ha umiliato, il blasfemo che è un esegeta dell’invidia e per salirne alle origini la va a cercare in Dio); invece il malato di cuore pur essendo nelle condizioni ideali per essere invidioso compie un gesto di coraggio e…

P. Possiamo dire che ha scavalcato l’invidia perché a spingerlo non è stata la molla del calcolo ma è stata la molla dell’amore?

F. Ma sì, l’avrei detto io se non lo avessi detto tu.

P. E allora possiamo concludere con la vecchia proposta di Masters, che a trionfare sulla vita è soltanto chi è capace di amore?

F. Sì, a trionfare sono i “disponibili”.

(Intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio De André)

 

 

Uuuh sono a 101, l’aria si fa rarefatta quassù!!

 

 

 

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Inaspettatamente ho superato i cento followers!!

Ringrazio tanto tanto tutti coloro che hanno deciso di pigiare quel bottone 😀

Mesi fa, quando mi sono resa conto di avere 5 followers, ho festeggiato bevendomi un bicchiere di arneis…quindi ora…beh..la giornata si fa interessante… 😉

Un abbraccio a tutti!!!

Ilaria

 

 

 

 

 

 

PREMIO DARDOS 2014

Ringrazio di cuore  unododici per aver pensato anche a me per l’assegnazione del  Premio Dardos 2014. 

Si tratta di un premio molto speciale perché riconosce i valori personali, etici, culturali e letterari trasmessi attraverso la scrittura.

premio dardos

 

Le regole, per ricevere il premio, sono:

  • Mostrare l’ immagine del premio
  • Ringraziare chi ti ha nominato
  • Nominare altri 15 bloggers.

Eccoli qua (l’ordine è casuale):

enrico r. 

Curi

Sun

Raffaeleuds

Mara Carlesi

ninjalaspia

Silvia

Moralia in lob

Deborahdonato

Pendolante

swann matassa

Andrea Magliano

Alessandra – L’angolino di Ale

Gintoki

Russell1981

 Seguendo lo “stile Sorrentino”, ringrazierò anche io le mie fonti di ispirazione: la pizza ai cinque formaggi con le patatine, il gin tonic, gli addominali di David Beckham, le pubblicità dei prodotti in promozione alla Lidl e Cliomakeup.

Buona giornata! 🙂

 

Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.

Un cane non se ne fa niente di macchine costose, case grandi o vestiti firmati. Un bastone marcio per lui è sufficiente. A un cane non importa se sei ricco o povero, brillante o imbranato, intelligente o stupido, se gli dai il tuo cuore lui ti darà il suo. Di quante persone si può dire lo stesso? Quante persone ti fanno sentire unico, puro, speciale? Quante persone possono farti sentire…straordinario?

(Io & Marley)

Immagine

In questo periodo un po’ particolare per me, un grande e fondamentale punto fermo è il mio cane Oscar. Può sembrare infantile, me ne rendo conto. Ma è davvero importante la sua presenza.

Questo è il mese del tuo compleanno, quindi auguri Peloso 🙂

 

 

 

 

Les passantes

 

Je veux dédier ce poème
A toutes les femmes qu’on aime
Pendant quelques instants secrets
A celles qu’on connaît à peine
Qu’un destin différent entraîne
Et qu’on ne retrouve jamais

 

A celle qu’on voit apparaître
Une seconde à sa fenêtre
Et qui, preste, s’évanouit
Mais dont la svelte silhouette
Est si gracieuse et fluette
Qu’on en demeure épanoui

A la compagne de voyage
Dont les yeux, charmant paysage
Font paraître court le chemin
Qu’on est seul, peut-être, à comprendre
Et qu’on laisse pourtant descendre
Sans avoir effleuré sa main

A la fine et souple valseuse
Qui vous sembla triste et nerveuse
Par une nuit de carnaval
Qui voulut rester inconnue
Et qui n’est jamais revenue
Tournoyer dans un autre bal

A celles qui sont déjà prises
Et qui, vivant des heures grises
Près d’un être trop différent
Vous ont, inutile folie,
Laissé voir la mélancolie
D’un avenir désespérant

A ces timides amoureuses
Qui restèrent silencieuses
Et portent encor votre deuil
A celles qui s’en sont allées
Loin de vous, tristes esseulées
Victimes d’un stupide orgueil.

Chères images aperçues
Espérances d’un jour déçues
Vous serez dans l’oubli demain
Pour peu que le bonheur survienne
Il est rare qu’on se souvienne
Des épisodes du chemin

Mais si l’on a manqué sa vie
On songe avec un peu d’envie
A tous ces bonheurs entrevus
Aux baisers qu’on n’osa pas prendre
Aux coeurs qui doivent vous attendre
Aux yeux qu’on n’a jamais revus

Alors, aux soirs de lassitude
Tout en peuplant sa solitude
Des fantômes du souvenir
On pleure les lèvres absentes
De toutes ces belles passantes
Que l’on n’a pas su retenir

Poesia di Antoine Pol, musicata da Georges Brassens. Tradotta da Fabrizio De André e inserita nell’album Canzoni (1974).